Progettare un romanzo autobiografico in modo efficace

Negli ultimi tempi quando valuto un nuovo romanzo spesso mi ritrovo a leggere un’autobiografia, cioè il racconto di un’esperienza vissuta in prima persona dall’autore. Nella maggior parte dei casi gli errori strutturali sono il frutto di una scarsa o assente progettazione narrativa. Se la storia autobiografica è destinata a rimanere confinata nel tuo diario personale, puoi scrivere quello che vuoi, ma se hai intenzione di pubblicare il tuo romanzo autobiografico e presentarlo a un pubblico di lettori, le cose cambiano. In questo caso devi necessariamente progettare la tua storia in modo coerente e credibile. Nell’articolo di oggi vediamo alcune soluzioni pratiche per migliorare il racconto della tua storia personale e progettare un romanzo autobiografico in modo efficace.

 

progettare un romanzo autobiografico

 

Perché progettare un romanzo autobiografico


Iniziamo dunque questa lunga guida su come progettare un romanzo autobiografico in modo efficace. Accomodati sulla poltrona migliore che hai in casa, prendi carta e penna, e prepara un paio di espressi. Ne avremo per un po’.

Mettere su carta una vicenda bella o brutta di cui hai fatto esperienza è un’azione liberatoria, terapeutica, perché butti fuori tutto quello che ti angoscia, che non sei riuscito a esorcizzare fino a quel momento. Una valvola di sfogo per le emozioni più represse.

Curarsi con la scrittura è un metodo riconosciuto anche da diversi terapisti e in molti casi effettivamente funziona.

A muovere le tue dita sulla tastiera può essere il dramma che hai vissuto mentre camminavi per strada, una malattia, un momento di disagio. Ci sono tantissimi motivi che possono spingerti a raccontare una vicenda che ti è realmente accaduta, prendendo poco o niente dalla fantasia.

Di solito i romanzi autobiografici partono da un’esperienza di forte difficoltà vissuta dall’autore o dall’autrice. Per chi ha poca dimestichezza con la scrittura partire dalle esperienze personali può fare la differenza.

Molti autori mi chiedono come scrivere un’autobiografia, ma la prima domanda da porsi è: perché comunicare la tua storia personale ai lettori?

Questa domanda è fondamentale, ma stranamente in pochi se la pongono e purtroppo proprio da qui nascono i problemi più gravi.

Se decidi di progettare un romanzo autobiografico, decidi che è giunto il momento di mettere la tua esperienza al servizio degli altri. Vuoi quindi comunicare un preciso messaggio a un pubblico di lettori.

E per fare questo, la storia deve necessariamente rispettare delle regole base per essere compresa e letta con facilità.

Anche se apparentemente sembra tutto molto facile, non è affatto così. Progettare un romanzo autobiografico in modo efficace richiede un duro lavoro, soprattutto introspettivo. Sembra banale dirlo, ma non è come scrivere un romanzo qualsiasi.

Ho letto molte autobiografie e posso dirti che esistono diversi metodi e tecniche per progettare un romanzo autobiografico, ma in questo articolo voglio darti solo quei suggerimenti che ho testato con alcuni scrittori con cui ho collaborato e che hanno davvero funzionato.

 

Diventa l’Eroe della tua storia


Il primo metodo per progettare un romanzo autobiografico in modo efficace riguarda la costruzione della trama narrativa. Per andare sul sicuro puoi utilizzare l’intramontabile Viaggio dell’eroe. Un grande classico, forse il più utilizzato in assoluto da scrittori e scrittrici di tutti i tempi.

Per iniziare a progettare un testo autobiografico devi partire dai tre pilastri fondamentali del mio metodo di progettazione narrativa: Idea Prima, Dramma Primo e Messaggio. Per capire come progettare questi primi tre pilastri segui Progettazione su Misura.

Messi nero su bianco i primi tre elementi narrativi possiamo partire con le tappe del Viaggio dell’Eroe applicate a un’autobiografia.

Lo schema universale che quasi tutti dicono di conoscere – ma che pochi sanno usare davvero – è quello desunto da Christopher Vogler, famoso sceneggiatore Disney.

Vogler è partito dai modelli del mito individuati da Joseph Campbell, da sempre una delle forme di narrazione più suggestive, nate per dare risposte alle domande esistenziali.

Campbell ha raccolto i risultati dei suoi studi sui miti di varie civiltà del mondo in un saggio intitolato L’eroe dai mille volti. In questo saggio Vogler ha isolato dodici tappe che sono diventate la struttura del Viaggio dell’eroe.

Alla base di questo schema narrativo, sfruttabile per scrivere storie di genere diverso, sta il cambiamento.

A un eroe, calato nel mondo ordinario, un giorno succede qualcosa – un incidente, una chiamata all’avventura – che lo obbliga ad abbandonare la via vecchia per la nuova, diventando alla fine del percorso una persona completamente diversa.

Trovo che la struttura di Vogler sia la più semplice da utilizzare ed è particolarmente consigliata a chi desidera progettare un romanzo autobiografico senza molte basi di narratologia.

Per motivi di tempo e spazio vedremo come progettare le prime cinque tappe del Viaggio dell’Eroe.

 

Il Mondo Ordinario


La prima tappa del primo atto della struttura narrativa si chiama Mondo Ordinario e riguarda l’apertura del romanzo. Questo è il momento della situazione di partenza, in cui lo scrittore presenta il protagonista con le sue abitudini, la sua routine e la sua vita piatta.

Nella tua autobiografia devi raccontare come era la tua vita prima del grande cambiamento. La situazione iniziale deve apparire banale (anche più banale di quello che era davvero), così, quando il cambiamento arriverà, potrai creare un contrasto ancora più notevole.

Esempio 1: puoi partire con la descrizione classica del tuo mondo ordinario. Ad esempio, puoi mostrare il tuo protagonista che esce di casa e sbuffa, perché è un’altra giornata di nebbia fitta e teme di tornare tardi dal lavoro.

Esempio 2: il mondo ordinario della tua storia potrebbe partire da una premessa completamente opposta. Potresti mostrare il tuo protagonista che sbircia da una finestra, ma è sul posto di lavoro: una casa di riposo in cui svolge le mansioni più umili e degradanti.

Nel primo caso darai vita a un mondo ordinario neutrale; nel secondo enfatizzerai l’insoddisfazione di una professione che il protagonista detesta.

Ecco come iniziare a giocare con uno schema fisso e le sue infinite variabili.

 

La Chiamata all’avventura


La seconda tappa del Viaggio dell’Eroe prevede la cosiddetta Chiamata all’avventura.

Il tuo protagonista si trova di fronte a un problema, un dilemma, una sfida. Dopo questo evento la vita dell’eroe sarà sconvolta per sempre e niente potrà più essere come prima.

Rifletti su quello che ti è successo. Cosa ti ha portato a mettere in dubbio il tuo mondo, che ti ha scosso a tal punto da decidere che forse era giunto il momento di cambiare vita?

La chiamata all’avventura è una tappa fondamentale, perché stabilisce la posta in gioco e mette in luce l’obiettivo dell’eroe.

 

Il Rifiuto della chiamata


La terza tappa di cui voglio parlarti per progettare un’autobiografia è il Rifiuto della chiamata.

Di solito questo è il momento in cui l’eroe vorrebbe fingere che nulla sia giunto a turbare il suo mondo ordinario. Cerca di fare un passo indietro, perché diventa vittima della paura di non farcela a imbarcarsi nel cambiamento e nell’avventura.

Questa è una tappa, a mio avviso, sempre necessaria.

Ti do un consiglio: se il tuo protagonista è mosso da vendetta, senso di colpa, desiderio di rivalsa, profonda rabbia, non è detto che renderlo titubante un attimo prima di fargli iniziare l’avventura sia una buona idea.

Al contrario, se un anziano o un giovane che non ha ancora definito che cosa vuole dalla vita, fa un passo indietro, nel tentativo di rifiutare la chiamata all’azione, potrebbe essere coerente e comprensibile da parte del lettore.

Non compromettere mai la coerenza del romanzo autobiografico che stai progettando cercando di incastrare tutte le tappe del Viaggio dell’Eroe, inserisci solo ciò che è necessario.

 

Incontro con il Mentore


Questo è il momento in cui l’eroe incontra una figura importante, che lo sprona a proseguire nel viaggio e lo guida ad affrontare l’ignoto.

La figura del mentore in un romanzo è importantissima.

In questa tappa dello schema universale, puoi scegliere se far incontrare al tuo protagonista un personaggio ex-novo lungo il cammino, o se presentare al lettore un personaggio vicino al protagonista – un vicino di casa, un amico, un familiare – che aspetta da tempo di diventare la guida per la missione che l’eroe dovrà affrontare.

Nel caso di un’autobiografia rifletti su quale o quali sono state le persone che ti hanno guidato verso il cambiamento con saggi consigli, con un addestramento particolare, con insegnamenti vari che ti sono stati utili.

Non tutti sanno che il mentore può essere anche una figura negativa, per cui dopo aver deciso se inserire il personaggio e come caratterizzarlo, ragiona sulla trama della tua storia: il mentore aiuterà davvero l’eroe a raggiungere il suo obiettivo o lo porterà fuori strada?

Per approfondire la costruzione di questo particolare personaggio ti consiglio di iscriverti alla mia newsletter, riceverai in omaggio un report tecnico interamente dedicato alla figura del mentore.

 

Il superamento della prima soglia


La quinta tappa del Viaggio dell’eroe che analizzeremo è l’ultima del primo atto, e si chiama il Superamento della prima soglia.

Questa importante tappa vede l’eroe varcare la soglia del mondo straordinario, così come lo definisce Vogler.

Non deve essere un mondo magico, come potrebbe suggerire il nome: è sufficiente che il mondo straordinario sia un luogo fisicamente diverso dal mondo ordinario di partenza.

Questo è un passo importante, perché l’eroe ha accettato di vivere la nuova vita che l’aspetta, l’avventura oltre la soglia.

Nel caso particolare del tuo romanzo autobiografico com’è il “nuovo mondo” in cui hai deciso di entrare per dare inizio al grande cambiamento?

Ricordati di progettare con estrema accuratezza questa tappa. Ti consiglio di creare maggior contrasto possibile tra il prima e il dopo, per sottolineare il passaggio netto tra una premessa e l’azione vera e propria del tuo romanzo.

Ricordati dunque di lasciare spazio ai contrasti e di descriverli nel modo più visivo e chiaro possibile al tuo lettore.

 

Come narrare la tua autobiografia


Come abbiamo detto a inizio articolo, progettare un romanzo autobiografico può essere un’ottima opportunità per superare un trauma o un momento di forte disagio, come un abbandono, un divorzio, un lutto, un incidente o un abuso.

A volte, per protezione, tendiamo a nascondere le ferite, ma prima o poi queste si fanno largo ed escono in superficie. Non ti nego che negli ultimi tempi ho ricevuto molte e-mail da scrittori e scrittrici che volevano progettare e scrivere un’autobiografia per superare un ostacolo mentale e riprendere con serenità la propria vita.

Nella prima parte dell’articolo abbiamo visto come impostare la trama di un romanzo autobiografico, ora invece voglio parlarti della voce narrante.

Gli obiettivi a cui ogni buon romanzo ambisce sono: emozionare il lettore, intrattenerlo e trasmettergli un messaggio. Per fare questo devi trovare il giusto equilibrio tra metodo e creatività.

Ci sono autori che riescono a raccontare un evento della propria vita parlando in prima persona, mentre ce ne sono altri che non riescono a farlo, anzi mentre scrivono si sentono ancora più bloccati e finiscono per non terminare l’opera.

Per farti un esempio di quello che sto cercando di dirti, prendo spunto dalla storia di Alice Sebold, la famosa autrice di Amabili resti.

 

Il caso di Alice Sebold


Nel 1981 la giovanissima Alice subì uno stupro all’interno del college nel quale studiava. Alcuni anni dopo, nel 1990 per l’esattezza, il New York Times dedica alle testimonianze di Alice una rubrica. L’autrice cerca di raccontare l’accaduto per aiutare le altre ragazze che frequentavano il college.

L’autrice parla in prima persona e questo – a sorpresa – non l’aiuta, non le dà conforto e non le restituisce la serenità persa.

Alice confesserà in futuro che non riusciva a trovare le parole appropriate per superare il trauma e risollevare la sua vita. Viveva in totale solitudine e per paura di incappare nuovamente in una situazione pericolosa decise di non frequentare più nessuno.

Oltre a questo, Alice visse un periodo di totale afasia narrativa, cioè una completa incapacità di utilizzare la scrittura, sua ragione di vita, per vivere e comunicare la sua esperienza.

Nove anni dopo, Alice decise di tornare a scrivere e dette vita alla sua prima autobiografia, Lucky (Fortunata).

Il titolo venne scelto come segno di indignazione verso le parole che erano state pronunciate da alcune forze dell’ordine: È stata fortunata. Altre ragazze aggredite e stuprate ci hanno rimesso anche la vita.

L’autobiografia, scritta in prima persona, fu un ulteriore grande fallimento personale ed economico.

Il libro fu letto da un gruppo molto ristretto di persone e Alice ancora una volta non riuscì a superare del tutto l’accaduto. Rabbia e depressione continuavano a tormentarla fino a quando decise di fare un ultimo tentativo: scrivere un romanzo in terza persona.

Un’intuizione nata da una grande forza d’animo e dalla volontà di superare una volta per tutte il trauma. Fu un colpo di genio e un successo mondiale.

Così è nato il romanzo Amabili resti, che ha registrato dodici milioni di copie vendute, tanto da spingere Hollywood a dedicargli un film nel 2009. Un bel film, tra l’altro.

Nel romanzo si percepisce il forte intreccio tra la sua storia personale e quello che si diceva in giro della vicenda. Tutto scritto alla terza persona.

Un romanzo profondo, emozionante e scritto benissimo dall’autrice.

 

Meglio la prima o la terza persona?


Come mai un romanzo in terza persona può funzionare meglio di un’autobiografia pura in prima persona?

Non esiste una regola canonica e ogni autore ha il suo modo di raccontare eventi forti come può esserlo un abuso. Posso dirti però che è difficile raccontare un’esperienza intensa e dolorosa parlando con sincerità in prima persona. Il disagio, la vergogna, la paura, la rabbia possono portarci fuori strada. Questo genera blocchi di scrittura e blocchi emotivi.

Ma c’è di più…

Senza addentrarci in teorie psicologiche – per quelle ti consiglio di leggere il libro Curarsi con la scrittura, un bellissimo saggio di Fulvio Fiori – la mente umana restituisce un’immagine edulcorata, proiettata già verso il superamento del trauma.

La mente tende a guarire l’anima, distorcendo l’evento traumatico. Il corpo, invece, memorizza tutto e lo restituisce in forma razionale e sincera. Una forma che spesso la mente ostacola, confondendo la memoria dei gesti con quella delle immagini distorte.

Raccontare la tua storia in prima persona, significa scrivere assecondando la distorsione della mente, invece per avere un risultato efficace dovresti seguire la memoria del corpo. Raccontare con un “Io narrante” diverso da te stesso, ti aiuta a raccontare la storia così come è successa, aiutando la mente a prenderne le distanze e il corpo a esprimersi.

Alice è riuscita a superare lo stress post-traumatico estraniandosi del tutto da se stessa e raccontando l’evento attraverso lo sguardo di un’altra persona, come se stesse narrando la storia di una sua amica, non la sua.

Ti sembrerà strano, ma in questo caso la mente tace, il corpo si esprime e la narrazione scorre fluida. A parlare è la parte più profonda, quella che custodisce la memoria oggettiva.

Prima che te lo chieda, perché sono certa che prima o poi il dubbio busserà alla tua porta, trasformare la tua storia in un racconto lontano da te, non toglierà veridicità alla vicenda, anzi libererà quei meccanismi mentali che faranno emergere i tuoi ricordi oggettivi più profondi.

Dopo aver espulso tutti i ricordi, la mente andrà in autoprotezione e tu potrai riprendere la tua vita con serenità. La scrittura di un romanzo autobiografico per alcuni autori con cui ho collaborato è stata una straordinaria esperienza per imparare a volersi bene, a conoscersi meglio ed essere orgogliosi di sé.

Siamo giunti alla fine di questa lunga guida. Sembro più una terapeuta che una editor di romanzi, ma ci tenevo a dirtelo e spero che questi consigli ti siano utili.

In questo articolo hai capito come progettare un romanzo autobiografico, come strutturare la trama in modo efficace e come riflettere sulla voce narrante.

Se hai altre difficoltà o vuoi avere sempre a portata di mano uno schema pratico e tecnico, scarica e segui Progettazione su Misura, imparerai un metodo concreto per progettare il tuo romanzo dall’inizio alla fine, senza limitare la tua creatività.

Ti auguro di raggiungere il successo letterario che meriti,

Stefania