Una riflessione ispirata da Catherine Dunne

Ieri sera sono stata a Livorno, all’ex Cinema Aurora, a sentir parlare di belle storie in compagnia di Giampaolo Simi e Catherine Dunne: lui ha vinto il Premio Scerbanenco 2015, lei ha venduto milioni di copie in tutto il mondo.

Mi sono seduta sulle comode poltroncine in velluto azzurro liso dal tempo; ho meditato per cinque minuti se afferrare i plaid messi a disposizione per ogni fila, poi mi sono messa comoda e ho iniziato ad ascoltare.

L’incontro è durato un paio di ore e mi ha fornito spunti per almeno cinque articoli.

Sono stata felice di rivedere un autore, Giampaolo Simi, che stimo molto, sia come uomo che come scrittore, e di vedere da vicino un’autrice, Catherine Dunne, tra le più conosciute e vendute in Italia, che proviene da una delle terre più belle del mondo, l’Irlanda.

Non è stato un incontro formale, ma una chiacchierata in libertà sui punti che accomunano e dividono la cultura italiana da quella irlandese. Ma non è per fare un riassunto di questi argomenti che ho deciso di scrivere questo post. No.

Questo è un post di protesta. Lo dico chiaramente.

Un post di protesta da parte di una lettrice “forte”.

Catherine Dunne

Sono stata piacevolmente sorpresa dall’aspetto e dalla genuinità di Catherine Dunne. La stessa sensazione che ho provato trovandomi di fronte a Jeffery Deaver, che, considerati i numeri di vendite che fa, diciamocelo, un po’ se la potrebbe pure tirare.

Catherine Dunne ha fatto, tra le tante, una domanda molto interessante a Giampaolo, un altro che potrebbe tirarsela.

Ci sono due cose che non capisco degli scrittori italiani. La prima è la formalità che intercorre tra lettore e autore. La seconda è l’ansia, per lo scrittore di turno, di fare sempre bella figura. Perché?

La domanda di Catherine Dunne, posta con estrema semplicità e scioltezza, mi ha fatto riflettere molto.


Qual è il ruolo dello scrittore?

Io vivo per le belle storie.

Sono cresciuta leggendo romanzi. Sono stati il mio rifugio per anni. Lo sono tuttora.

Ammiro tantissimo chi scrive belle storie. E Catherine Dunne scrive belle storie.

Eppure era lì, in tutta la sua semplicità, a chiacchierare con un bicchiere di vino rosso tra le mani e un pubblico ristretto e caloroso. Ci sono state battute, simpatia, empatia, condivisione, riflessioni storiche, sprazzi di attualità.

Sono state due ore conviviali e piacevoli. Squisite direi. Quindi arrivo al punto cruciale.

Qual è il vero ruolo dello scrittore?

Sempre più spesso mi aggiro per blog di persone che si definiscono scrittori, ma che a tutti gli effetti sono stati letti da, non so, cinquanta persone? Non mi voglio infilare nella eterna lotta tra editore sì, self-publishing no; tra case editrici farlocche e quelle a pagamento; tra, ma quello vende perché la distribuzione…; eh, quell’altro è famoso solo perché la promozione…

Io parlo di storie.

Questi scrittori sono pieni di spocchia, desiderosi di insegnare ad altri questa o quell’altra tecnica narrativa, pronti a criticare chi ne ha fatto un cattivo uso, chi non l’ha usata affatto e tutti quegli autori che vendono un sacco di libri e proprio non ne capisco il motivo!

Sono dell’idea che i consigli di scrittura di autori che hanno avuto un concreto riscontro da parte dei lettori, scrittori che sono apprezzati in tutto il mondo, siano una risorsa importante per chi desidera intraprendere la carriera letteraria.

Però quelli sono consigli che derivano da risultati concreti, da una vita piena, immersa nelle storie e nelle parole; da messaggi preziosi inseriti nei romanzi, che sono stati colti e apprezzati da un vasto pubblico.

In un certo senso sono compendi e riflessioni di chi scrittore lo è stato e lo è tuttora. Penso a On Writing di Stephen King, a Niente trucchi da quattro soldi di Raymond Carver, a Né per fama, né per denaro di Anton Ĉechov, e a tanti altri.

Al Salone del Libro di Torino ho assistito alla presentazione de La ragazza nella nebbia di Donato Carrisi. L’autore non ha parlato di scrittura, pur avendo tutto il diritto di farlo visto il suo successo fin dal primo romanzo, Il suggeritore. Ha presentato la storia, partendo dalle idee che l’hanno ispirato e tormentato.

Ha illustrato il messaggio che regge tutta la narrazione. Ha parlato del suo ruolo di scrittore: smuovere le coscienze dei propri lettori e mettere in discussione le loro convinzioni.


Perché leggere è diventato così difficile?

Io leggo, acquisto e prendo in prestito oltre 100 romanzi l’anno.

E quando finisco una bella storia desidero comunicare il messaggio che quella storia mi ha lasciato.

Prima di tutto leggere sviluppa empatia e insegna a rispettare la vita degli altri.

Ci trasforma in persone migliori e non in giudici.

Per cui, perché tanta formalità nell’approccio scrittore/lettore?

Sono i lettori a decretare il tuo successo come scrittore.

I lettori sono la spina dorsale del mondo editoriale. E vanno conquistati.

Devi commuovermi, farmi incavolare, strapparmi una risata e riportarmi alle lacrime se vuoi che io continui a seguirti.

Non mi importa se nel tuo blog parli di grammatica o di tecniche di scrittura!
Quelle lasciale a chi lavora come tecnico della scrittura, editor, agente, editore.

Io voglio che mi parli del tuo lavoro, di come nascono le tue storie, cosa ti fa ridere e piangere. Che cosa leggi di altri autori, cosa ti hanno lasciato, perché scrivi.
Che cosa ti rende fragile e quanto di te hai messo in un personaggio.

Invece in Italia siamo circondati da blog tutti uguali, in cui gli autori scrivono per far capire quanto sono competenti loro, quanto conoscono bene la scrittura loro…!
Blog auto-referenziali pensati da scrittore a scrittore.

E i lettori dove sono? I fruitori delle tue storie dove sono?

Ci pensa già il mondo editoriale a non curarsi dei lettori.

Le notizie dell’AIE sono tutte un i lettori calano, in Italia non si legge più etc etc etc…

Ma pensate davvero sia sufficiente creare un’iniziativa l’anno per spingere la gente a leggere romanzi?

Io faccio le cose quando ne capisco il senso, non perché qualcuno me lo comanda.

Bisogna imparare a comunicare alla gente perché leggere. Ma in maniera concreta, non con un’hashtag e slogan pubblicitari.

Ecco dunque il ruolo dello scrittore, per me: insegnare il vero valore della lettura.

Perché si sa, prima di fregiarsi dell’appellativo di scrittore, bisogna imparare a leggere un libro oltre le parole scritte. Bisogna sforzarsi di interpretare la vita attraverso gli occhi degli altri. Sviluppare empatia e diffonderla.

Catherine Dunne ha fatto questo ieri sera.

In una sola domanda ha centrato, magari in modo inconsapevole, il vero problema che sta alla base della carenza di lettori in Italia:
i lettori non hanno più un buon motivo per leggere i romanzi.

Forse alcuni scrittori, prima di lamentarsi di non avere spazio, dovrebbero ripartire dai fondamentali.

Perché scrivi? Perché, da lettrice, dovrei leggere le tue storie?

Ti auguro di raggiungere il successo letterario che meriti,

Stefania

*Immagine di copertina: ©2016 Alessandro Valenzano | Tutti i diritti riservati. Viene qui riprodotta per gentile concessione dell’autore.