Rosa Teruzzi, Scrittrice di Romanzi Gialli – Intervista Tecnica

Ho conosciuto Rosa Teruzzi attraverso il suo primo romanzo La sposa scomparsa. Un anno dopo, con l’uscita de La fioraia del Giambellino, l’autrice ha confermato talento e idea della sua nuova serie letteraria. In questi gialli dal sapore classico, tre generazioni di donne convivono e si confrontano con la vita e con le questioni irrisolte del loro passato. E nel passato sono ambientati anche i casi in cui si immergono alla ricerca di colpevoli che l’hanno fatta franca fino a quel momento, di innocenti che non hanno ottenuto giustizia.

Rosa Teruzzi è riuscita a creare un trio di protagoniste talmente ben caratterizzate e talmente in contrasto tra di loro, da promettere scintille. Le ho chiesto un’intervista tecnica per offrire un confronto tangibile a chi desidera scrivere un romanzo giallo.

Rosa Teruzzi, oltre a essere una bravissima scrittrice di romanzi gialli, è una giornalista esperta in cronaca nera e caporedattrice del programma televisivo Quarto Grado.

 

rosa teruzzi

 

Non posso fare a meno di notare quanto sia alta la qualità della tua scrittura. Finora hai dato alle stampe due romanzi, La sposa scomparsa nel 2016 e La fioraia del Giambellino nel 2017. Due piccoli capolavori del giallo italiano. Sei un’autrice che predilige la scrittura di getto, o le tue storie sono il frutto di un periodo più o meno lungo di incubazione?

Per motivi professionali, scrivo solo d’estate quando è in pausa il programma a cui lavoro. Scrivo in modo compulsivo per qualche settimana ogni volta, poi risistemo durante l’anno, nei week end. La storia, però, matura giorno dopo giorno, nei mesi che precedono la scrittura. Spesso prendo appunti su un quadernetto rosso: frasi, battute di dialogo, interi paragrafi. Conosco sempre l’inizio e la fine di quello che racconto, ma – dopo i primi romanzi – ho smesso di seguire una scaletta. Spesso i miei personaggi agiscono secondo la propria volontà, mi piace quando mi sorprendono. Comunque ogni parola che scrivo la riscrivo più volte, finché la frase non ha il suono che mi piace: non sono mai soddisfatta del risultato.

 

Inventare una nuova serie che convinca e conquisti il lettore è sempre un’opera ardua. Eppure tu ci sei riuscita, dando vita a Iole, Libera e Vittoria. Le tre donne sono lo specchio di tre generazioni diverse che si mescolano e si completano essendo madre/nonna, madre/figlia e figlia/nipote l’una dell’altra. È raro scovare un romanzo dove le protagoniste sono tre, tutte e tre così meravigliosamente caratterizzate, dalla scelta del nome, al peso del passato, al colore dei capelli. Quando e come hai iniziato a pensare alle protagoniste delle tue storie?

I miei primi romanzi avevano come protagonista una giovane cronista di nera, Irene, che ritorna nei gialli del casello nei panni della Smilza. Poi ho sentito l’esigenza di un personaggio più vicino a me, come età anagrafica e sensibilità: Libera mi somiglia nel suo essere romantica e sognatrice anche se è assolutamente più indecisa di me. Ma ognuna delle mie protagoniste ha caratteristiche che mi appartengono: la rigidità di Vittoria, la poca autostima di Libera e la sua goffaggine in campo sentimentale sono mie. Solo a Iole ho regalato una leggerezza che non ho e a cui aspiro. Ho cercato di costruire tre figure femminili tridimensionali e lontane dallo stereotipo che vede i giovani allegri e proiettati verso il futuro e gli anziani ripiegati e musoni. E poi mi sono divertita a farle interagire. Se tu ami i tuoi personaggi, diventano persone. Spesso penso a come si comporterebbero Libera, Vittoria e Iole se fossero messe in una determinata situazione.

 

 

Le protagoniste dei tuoi romanzi sono donne forti, dai tratti distintivi peculiari e originali. Poco spazio ha invece la figura maschile, accennata con tratti più ampi, che spesso rimane sullo sfondo. La tua è stata una scelta ponderata, per creare un bel contrasto portante?

Sinceramente no. È che io sono una donna e conosco meglio il mondo psicologico delle donne. Gli uomini, per me, rimangono un mistero affascinante. Ma uno dei personaggi che amo di più è un uomo, Spartaco, il nonno ferroviere di Libera, uno che – dice lei – sa aggiustare indifferentemente un tostapane e un cuore infranto. Gli uomini dei miei romanzi hanno un peso nella vita delle loro donne, anche quando non si sono.

 

Dicono che il giallo sia uno dei generi più letti. Allo stesso tempo però c’è un’ampia scelta di gialli per il lettore appassionato sul mercato. Da scrittrice di gialli affermata, che consigli puoi dare a chi desidera iniziare a scrivere un giallo?

Il mio primo consiglio è di provare a scrivere un giallo solo se si è grandi appassionati del genere e se ne leggono molti, non per una pure questione di mercato. Un giallo deve avere una struttura solida che riguarda l’inchiesta e solo chi li frequenta per passione ne conosce le regole. È una specie di osmosi. Detto questo, secondo me uno scrittore dovrebbe scrivere solo il tipo di romanzo che amerebbe leggere.
Io parto dai personaggi, la storia viene dopo.

 

Dai tuoi romanzi si evince la tua grande cultura letteraria, e la passione che nutri per la parola scritta. Attraverso Libera facciamo esperienza di molti autori e autrici classici; di poeti e poetesse sconosciuti ai più. Secondo te, può un aspirante scrittore imparare alcune tecniche narrative leggendo i romanzi di altri autori?

Secondo me, solo chi legge molto può sperare di scrivere qualcosa di valido ma la lettura non è un obbligo, è un piacere.

 

C’è un aspetto tecnico che mi ha colpito moltissimo in entrambi i tuoi romanzi, ed è l’incipit. Molti lo danno per scontato, ma io trovo sia fondamentale incuriosire e instaurare fin dalle prime parole, il patto di finzione narrativa con il lettore. Puoi dare qualche consiglio per scrivere un incipit che catturi subito l’attenzione del lettore?

Io sono una giornalista cresciuta in un giornale popolare del pomeriggio. Il mio capocronista ci diceva minaccioso: “Sono le prime due righe del pezzo a dover acchiappare il lettore. Con il resto dell’articolo ci si incarta il pesce…” Non era una prospettiva allettante, ma era chiara: ognuno di noi ha fatto esperienza di libri abbandonati perché il primo capitolo non ci aveva catturato. Ci sono poi i lettori tenaci, quelli che insistono. Ma perché metterli alla prova?
L’incipit è una delle pagine che riscrivo all’infinito.

 

I tuoi romanzi sono ambientati a Milano. Come hai costruito il mondo narrativo della tua serie? In che modo, in un giallo, una descrizione impreziosisce la storia senza appesantirla?

Milano non è il palcoscenico delle mie storie, è un personaggio della narrazione vero e proprio. Amo molto questa città e i suoi contrasti, la sua poesia nascosta dietro il fracasso. Ma cerco sempre di caratterizzare l’ambiente in cui si svolge l’azione, anche quando le mie protagoniste sono “in trasferta”. Come penso che i miei personaggi non debbano essere piatti e bidimensionali, così sono convinta che la storia non possa galleggiare nel vuoto. Anche se dovessi ambientare un romanzo in una città inesistente, vorrei che i miei lettori ne percepissero le forme, i rumori e i profumi.

 

 

La sposa scomparsa, il tuo primo romanzo, introduce molti drammi personali legati alle protagoniste che non vengono sciolti alla fine della storia. Eri già sicura di dare vita a una serie letteraria?

Volevo che fosse così. Come ho detto, amo i miei personaggi, non voglio che la loro vita si esaurisca entro le poche pagine di un libro. E poi, per me è facilissimo immaginare altre storie che li vedano protagonisti. Non mi basta mai quello che so di loro.

 

Come sei riuscita a farti strada nel mondo dell’editoria? Quali consigli daresti a uno scrittore esordiente che vuole trasformare la sua passione in una professione?

Il mio percorso è stato molto accidentato. Nel 2008 ho pubblicato per un grande editore che non è stato soddisfatto delle vendite del mio romanzo e non mi ha rinnovato il contratto. Ho fatto molta fatica a convincere altri che le mie storie potevano piacere al pubblico, ma ho continuato a scriverle, estate dopo estate, anche se il successo non arrivava. Il mio consiglio per un aspirante scrittore è: credere in se stesso senza diventare arrogante. Ascoltare i consigli di tutti e decidere con la propria testa. Andare a tutti gli eventi culturali che può. Frequentare corsi di scrittura creativa. Partecipare a concorsi, mettendosi in gioco. E soprattutto non stancarsi di scrivere.
Trasformare questa passione in professione è un traguardo difficile: io non l’ho ancora tagliato. Ma è il mio piano B e lavoro duramente per raggiungerlo.

 

Siamo giunti alla fine di questa bella intervista con la scrittrice Rosa Teruzzi.

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Ti auguro di raggiungere il successo letterario che meriti,

Stefania